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Nel corso del World Football Summit di Madrid, Calcio e Finanza ha incontrato Javier Gomez, direttore generale della Liga e braccio destro del presidente Javier Tebas. Nel corso del colloquio Gomez ha illustrato come funziona il sistema di controlli finanziari in vigore in Spagna e come è stato possibile il risanamento dei conti di molti club spagnoli. Il manager ha inoltre ribadito le perplessità dei vertici della Liga nei confronti del fair play finanziario della Uefa e dell’atteggiamento della federazione internazionale nei confronti di club quali il PSG e il Manchester City.

Direttore Gomez, quando e perché è stato introdotto il sistema di controllo finanziario nella Liga?

«Il sistema è stato introdotto nel 2012 dopo l’accordo raggiunto tra il governo spagnolo e i club di Primera e Segunda Division volto a ridurre progressivamente il debito delle società di calcio professionistiche verso il Fisco, che a seguito della crisi economica aveva raggiunto cifre non più sostenibili. In realtà già nel 2010 LaLiga aveva già introdotto il sistema di controllo economico dell’UEFA, ma non stava funzionando, anche perché il financial fair play prevede un controllo a posteriori. Quello che realmente era necessario per invertire la tendenza era di implementare un controllo a priori».

Come funziona il sistema di controllo finanziario?

«Come detto il sistema prevede un controllo a priori: prima dell’inizio della stagione, tra la fine di aprile e la fine di maggio, ogni club si impegna a discutere con la Liga di una sorta di “forecast” per la stagione successiva. Durante questa fase ogni club si impegna a presentare quello che ritiene possa essere l’andamento atteso della gestione a livello di costi e ricavi. Eventuali scostamenti rispetto all’anno precedente, come ad esempio maggiori ricavi dovuti a nuovi contratti commerciali, devono essere documentati. Se, al momento della presentazione del budget, i contratti non sono stati firmati, tali ricavi addizionali non vengono considerati».

Javier Gomez (foto: ufficio stampa LaLiga)
Javier Gomez (foto: ufficio stampa LaLiga)

«I ricavi da stadio, invece, vengono stimati sulla base di quelli registrati nell’esercizio precedente, così come i diritti tv. I ricavi legati alla gestione del parco calciatori, come le plusvalenze e i ricavi da prestiti, sono inseriti nel budget secondo la media degli ultimi tre anni. Essendo però quest’ultima voce molto più variabile delle altre sono previste altre finestre nei mesi di luglio-agosto per rivedere il “forecast” alla luce delle operazioni di mercato effettuate».

«Vengono poi inseriti i costi di gestione (ad eccezione del costo della rosa) ed il risultato della stagione precedente. Dalla differenza tra voci attive e passive la Liga stabilisce quanto ogni club può spendere per la propria rosa (stipendi, ammortamenti, commissioni agli agenti). Di fatto viene stabilito un tetto oltre il quale i club non possono andare per non farsi male».

E sul fronte della liquidità, che cosa prevede il regolamento?

«Lo stesso discorso è fatto per il cash flow: se c’è equilibrio, bene. Al contrario, in caso di cash flow negativo, per garantire un margine di tesoreria accettabile devono essere ridotti gli investimenti nella plantilla deportiva. Anche in questo secondo caso dunque, se il club non dovesse dimostrare sostenibilità viene “tolto” qualcosa a livello sportivo per non andare aziendalmente “fuori giri”».

Quale è stata l’accoglienza del regolamento da parte dei club?

«I club, inizialmente contrari all’introduzione di tale regolamentazione oggi sono allineati e convinti del beneficio introdotto. Pensi che il primo anno tale sistema di controllo presentava 23 articoli, oggi ne ha 110. La forza di tale rivoluzione è data dal fatto che è una legge uguale per tutti i club della Liga allo stesso modo e la licenza viene data se il club rispetta la norma economica. E poi ha portato importanti risultati in termini di risanamento dei conti».

Ci può illustrare le cifre?

«Nella stagione 2011-2012, senza considerare Real Madrid e Barcellona, i club della prima divisione avevano un fatturato aggregato di circa 800 milioni di euro (1,8 miliardi di euro considerando anche Real e Barça, ndr) e perdite cumulate per circa 200 milioni. Il rapporto tra posizione finanziaria netta ed Ebitda era di circa 23 volte».

«Grazie al sistema di controlli introdotto dalla Liga nella stagione 2016-2017, sempre senza considerare le due big, gli altri 18 club di prima divisione ha ottenuto un risultato netto aggregato positivo per circa 170 milioni di euro a fronte di ricavi cumulati per 1,7 miliardi di euro. E il rapporto tra posizione finanziaria netta ed Ebitda è sceso a 1,6 volte».

Che cosa succede se un nuovo imprenditore vuole entrare nel mercato acquistando un club? Quali sono i vincoli? Quali i controlli?

«Non vengono fatti controlli specifici da parte della Liga sull’origine dei capitali. Questa attività è demandata alle autorità nazionali. Il focus, per quanto ci compete, va alla sostenibilità dell’investimento. Chiunque voglia investire nel calcio spagnolo è il benvenuto, ma deve avere un piano sostenibile e soprattutto offrire garanzie. Se ci sono queste garanzie viene dato l’ok all’acquisto del controllo del club. Ma non bastano garanzie di breve periodo».

«Se ad esempio la nuova proprietà decide di investire pesantemente sul mercato per rafforzare la squadra portando così i costi a superare i ricavi, gli eventuali deficit attesi per gli anni successivi devono essere coperti in anticipo: in contanti o tramite garanzia bancaria. Altrimenti non viene rilasciata la licenza ed il club non partecipa al campionato».

LaLiga ha spesso criticato la Uefa per essere stata troppo accondiscendente dal punto di vista dei controlli finanziari verso club quali PSG e Manchester City. Come mai?

«Gli investimenti fatti da club quali PSG e Manchester City hanno drogato il mercato determinando un aumento delle valutazioni dei calciatori e degli ingaggi. Per reggere la competizione internazionale, Real Madrid e Barcellona in Spagna, ma anche la Juventus in Italia, stanno forzando il loro percorso di crescita con investimenti sempre più ingenti e rischiosi. Di contro questo processo non fa altro che amplificare il divario che c’è all’interno della singola lega e rischia di essere pericoloso per i club che non sono di primissimo livello ma ambiscono a puntare in alto. Tutto questo alla luce del fatto che PSG e City, che possono contare sul supporto finanziario di Stati quali Qatar e Abu Dhabi, siano riusciti ad aggirare i vincoli del fair play finanziario. Come fa la promozione turistica del Qatar a valere oltre 100 milioni di ricavi nel bilancio del PSG? Serve un benchmark che dia una dimensione economica al mercato. Gli aiuti di Stato mascherati, come quelli del Qatar al club parigino, fanno male al calcio perché nel lungo periodo mandano il sistema fuori giri».

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