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Il programma di Gravina per la Figc: fair play finanziario e rating
(foto Insidefoto.com)

Col passare degli anni l’aspetto economico ha acquisito un ruolo sempre più centrale all’interno delle stagioni sportive. Tra valore del brand e proventi dalle sponsorizzazioni, una voce che svela qualche indizio sul successo che le squadre potranno avere all’interno del campionato è rappresentato dagli stipendi. Quando si parla di salari è bene usare i guanti, in quanto le società non sono obbligate a rendere pubblico il proprio monte ingaggi, per cui, anche se si parlasse di una fonte tra le più attendibili, le cifre che vengono presentate sono sempre di frutto di analisi, seppur accurate minuziosamente.

Il monte ingaggi è una voce che spiega tutto e niente: da un lato la qualità della manodopera è direttamente proporzionale al proprio valore sul mercato; dall’altro è condizione necessaria, ma non sufficiente per vincere. Anche se una società detiene la rosa più qualificata del campionato e per questo distribuisce il più alto monte ingaggi della stagione non è così scontato che essa abbia successo, anche se è molto probabile il contrario.

Lo scopo di questa analisi è di dare uno spunto su quanto gli stipendi possano incidere sul risultato sportivo, quanto sia forte la loro dipendenza e se esiste una cifra da raggiungere per poter ottenere un determinato numero di punti. Verranno usati due indici per spiegare quanto salari e risultati vadano a braccetto: il primo è l’indice di correlazione, il quale spiega statisticamente quale sia il grado di associazione tra due serie di dati assumendo valori che vanno da -1, correlazione perfettamente negativa – all’aumentare della prima variabile, la seconda diminuisce – a 1, correlazione perfettamente positiva – all’aumentare della prima variabile, aumenta anche la seconda; il secondo è il coefficiente di determinazione, più comunemente chiamato “r quadro”, oscilla tra 0 e 1 e misura la percentuale di variazione assunta dalla variabile dipende di fronte all’aumentare o al diminuire della variabile indipendente. In questo caso quello che si vuole misurare è la dipendenza dei risultati sportivi confrontati con la distribuzione degli stipendi. Per cui, posizione in classifica e punti conquistati sono la variabile dipendente.

È ancora prematuro sviluppare un’analisi di questo genere sulla stagione in corso, anche se la Juventus con Ronaldo sta tenendo fede alle aspettative del pre stagione, però si può iniziare dal campionato precedente, dove l’indice di correlazione è stazionato a 0,85, valore al quanto elevato considerando un massimo di 1. Ciò sta ad indicare che i punti guadagnati in classifica nella stagione scorsa sono quasi perfettamente correlati agli stipendi distribuiti. Se poi si va a calcolare l’indice di determinazione si scopre che una variazione nel monte ingaggi porta ad una variazione dei punti in classifica del 72%; in altre parole, la cause che portano al successo sono spiegate per il 72% dei casi da un aumento o una diminuzione dei salari.

Parlando delle squadre nello specifico, in maniera al quanto sorprendente per i punti ottenuti e per gli stipendi pagati la Juventus è stata una delle squadre più inefficienti del campionato, ovvero avrebbe dovuto collezionare più punti per quanto ha pagato i propri giocatori, 164 milioni di euro, oppure avrebbe dovuto pagare di meno la propria rosa per raggiungere i 95 punti necessari per vincere il campionato. La squadra che però batte il team di Massimiliano Allegri, almeno solo in quest’ambito, è il Milan del subentrante Gattuso il quale ha collezionato 64 punti per un impegno economico verso i propri atleti di 117 milioni, ai quali vanno ad aggiungersi i 191 spesi sul mercato delle compravendite.

Parlando invece di efficienza, le due squadre che hanno fatto rendere al massimo la propria squadra senza spendere una follia sono state l’ultimo Napoli di Maurizio Sarri, il quale con 81 milioni è riuscito a guadagnare 91 punti – un rapporto stipendi/punti che rispetto al Milan è oro – e l’Atalanta di mister Giampiero Gasperini che ha raggiunto il settimo posto con 60 punti e 27 milioni. Come si può notare, l’efficienza del club bergamasco è impressionante, si sta parlando di 0,45 milioni di euro per punto, contro i circa 0,90 milioni del Napoli e i 1,72 della Juventus; ma quei 27 milioni di ingaggi portano sempre fino ad un certo punto, pur essendo sfruttati fino all’osso: il Milan, avendo un rapporto pessimo rispetto a quello della squadra del patron Percassi, 1,82 milioni per punto – peggiore rispetto a quello della Juventus -, con un monte ingaggi più elevato, è riuscito a posizionarsi con 4 punti in più.

Spingendo l’analisi fino al 2009, l’annata che vide l’indice di correlazione più elevato è stata quella del 2016, dove la Juventus vinse il suo quinto scudetto di fila e la correlazione si stazionò a 0,849, pressoché uguale alla stagione 2017/18. Il coefficiente di determinazione fu la medesima, 72%. Anche in quella stagione, la società di Andrea Agnelli si dimostrò particolarmente inefficiente, 91 punti per 124 milioni di ingaggi, al pari di Inter – 67 punti con 94 milioni – e Roma – 80 punti e 113 milioni di stipendi; la squadra che fece peggio fu ancora il Milan, al quale furono necessari 101 milioni di euro di ingaggi per guadagnare 57 punti in classifica. Fece di meglio il Sassuolo del patron Squinzi il quale arrivò a conquistare 61 punti con 27 milioni di euro per costruire la squadra che in quell’annata centrò la qualificazione ai gruppi preliminari di Europa League con mister Di Francesco seduto in panchina. Tra le squadre più efficienti ci fu il solito Napoli che, con Sarri capitolo I, arrivò secondo a 82 punti spendendo 74 milioni di stipendi.

La stagione che invece regalò più sorprese fu quella del 2012/13: l’indice di correlazione fu 0,684 e il coefficiente di determinazione del 47%. Le squadre della parte bassa della classifica guadagnarono dei punti che furono direttamente riconducibili al proprio impegno economico, mentre altre squadre, come Catania e Udinese, condussero una stagione senza eguali: il team allenato da Rolando Maran e guidato in attacco da Alejandro Gomez spese 18 milioni di ingaggi per conquistare 56 punti – 0,32 milioni per punto -, mentre l’Udinese di mister Guidolin si posizionò in quinta posizione grazie ai 66 punti conquistati da una squadra di 21,2o milioni di euro di stipendi. Poi ci furono società che spesero milioni e milioni di euro per dei giocatori che non ebbero il rendimento sperato: Milan, Roma e Inter ne sono l’esempio più aulico.

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3 COMMENTI

  1. E’ un argomento molto interessante.
    Il monte ingaggi però non sempre spiega bene l’andamento. Ad esempio un suo difetto è che i giovani che già sono emersi hanno stipendi non ancora adeguati, mentre hanno già una valutazione di mercato alta. L’ingaggio perciò sottorappresenta il valore della squadra in quei casi.
    Se si usa, invece del monte ingaggi, il valore della rosa, si ha invece il difetto che gocatori di 32, 33, 34 anni che hanno un rendimento sportivo elevato e hanno anche un ingaggio elevato, essendo verso fine carriera hanno un valore di cartellino basso o nullo.
    Il valore della rosa perciò sottorappresenta il valore del team in quei casi.
    La cosa migliore è fare un indice sintetico che comprenda entrambi.
    Inoltre gli ingaggi non sono pubblici e quelli rilevati dai giornali non sono sempre attendibili.
    Sarebbe meglio usare il costo del lavoro, che è presente nei bilanci. E’ vero che comprende personale non tesserato oppure personale tesserato (allenatori, preparatori, seconde squadre) non riguardante la rosa della prima squadra, ma quei costi in percentuale sono abbastanza simili per ogni squadra.
    Infine va detto che è forte l’importanza degli allenatori “di crescita” con forte attitudine proattiva rispetto agli allenatori “gestori”.
    Questo vale specialmente per squadre piccole o medie o comunque non di livello Top Europeo in cui è difficile migliorare quello che è già vicino al massimo possibile e che è espresso dal valore stesso della rosa e del monte ingaggi.
    Migliorare fortemente un team da 100 milioni con ingaggi da 30 milioni è relativamente più facile per un allenatore che non migliorare dello stesso grado un team da 800 milioni e un monte ingaggi di 200. La sola presenza di un paio di giocatori giovani che “esplodono” cambia fortemente il rendimento della squadra. In un top team i giocatori sono già top e questi “salti i qualità” non sono possibili. Il giovane “esploso” sostituisce magari un altro, ma che era comunque già a livello molto alto.
    E’ perciò forse più interessante segmentare un’analisi per fasce di prezzo.

    • Come valuta la strategia della Roma con DS Monchi che prende sconosciuti pagati relativamente poco (Cengiz Under 14mln ed oggi vale 60mln) rimanendo da 10 anni nella top four del campionato Serie A nonostante le “dolorose” vendite annuali?

      • Monchi sta dando una impostazione dirigenziale nuova alla Roma, non ha paura a vendere, leggasi le ultime cessioni, e sta ringiovanendo la rosa. Per cui sono nel pieno di un progetto se non a breve, a medio termine. Gli acquisti di Schick, Kluivert, Under ecc. e il loro impiego costante ne sono la prova.
        Venendo alla Tua domanda, la Roma riesce a rimanere sempre in posizioni di alta classifica per lo stesso motivo che spieghiamo nell’articolo: perché ha una disponibilità economica superiore rispetto a quelle che si posizionano mediamente dal quinto posto in giù; di conseguenza, riesce a ingaggiare giocatori di buon spessore che vengono allenati da allenatori di livello europeo.
        Per cui, è vero che la Roma vende, però quelli che vende riesce sempre a rimpiazzarli, chi più chi meno.
        Grazie per il commento!

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