L’austerity del governo cinese con la luxury tax ha colpito anche il mondo del calcio. Dopo gli affari folli di Oscar, Hulk, Jackson Martinez, Paulinho e Gervinho, solo per citare i nomi di spicco, nella stagione in corso gli acquisti della serie A cinese hanno subito una secca battuta d’arresto.

Se nel 2016 tra la finestra invernale e quella di riparazione estiva sono stati spesi la bellezza di 469 milioni di euro e nello scorso anno 431, a meno di due settimane dalla chiusura della sessione più importante dell’anno gli investimenti dei club della Super League sono fermi a quota 61 milioni, di cui 40 sono stati spesi per portare la punta congolese Bakambu dal Villareal al Beijing Guoan.

(in mil di €) Inverno Estate totale investimenti
2015 116,1 61,9 178
2016 338 131,08 469,08
2017 402,63 28,4 431,03
2018 61 61

Luxury tax, cos’è e come funziona?

La causa principale di questa brusca retromarcia è da ricondursi all’introduzione della “Luxury tax”, una tassa applicata al calciomercato cinese dalla General Sport administration, ente governativo che sovraintende allo Sport. L’organo, che ha legami diretti col Presidente Xi Jimping, ha posto stringenti restrizioni agli acquisti dei club per evitare il rischio “bolla” del calciomercato.

In sostanza i club delle prime due serie che vogliono comprare un calciatore straniero sborsando cifre superiori ai 45 milioni di yuan (circa 6 milioni di euro), sono costretti a pagare una tassa della stessa entità (il 100% della transazione) che finirà, secondo quanto riferito dai vertici della GSA, in un fondo destinato a finanziare lo sviluppo del calcio cinese. Per gli acquisti interni, invece, la soglia è addirittura più bassa, 20 milioni di yuan (circa 2,5 milioni di euro). Tradotto: se un calciatore acquistato da un campionato europeo viene pagato 50 milioni, il club cinese dovrà sborsarne altri 50 in tasse.

Luxury tax e altre restrizioni del calcio cinese

“La Luxury tax è stata la ciliegina sulla torta di una stagione di regolamentazione iniziata nel gennaio 2017 – spiega Nicholas Gineprini, esperto di calcio cinese – Da allora sono state introdotte una serie di norme volte a disciplinare una situazione che stava sfuggendo di mano: dal limite degli stranieri impiegabili (non più di tre contemporaneamente in campo) all’obbligo per ogni club di destinare al vivaio almeno il 15% annuo delle proprie spese e mettere in distinta due giovani under 23 di cui uno titolare”. Regole stringenti volte a ristabilire un equilibrio finanziario nel movimento calcistico che ormai da anni registra bilanci in rosso.

Luxury tax, fatta la legge trovato l’inganno

A distanza di 6 mesi dalla sua introduzione, però, i club sembrano aver trovato due modi per aggirare la tassa del lusso. Uno, spacchettando il pagamento in rate che non superano il tetto dei sei milioni, l’altro facendo pagare la clausola di rescissione, qualora esista, al diretto interessato, come nel caso Neymar-Psg per intenderci. Il primo l’ha applicato il Tianjin Quanjian, che ha preso in prestito Modeste dal Colonia a 6 milioni di euro all’anno più il riscatto posticipato di 28 milioni, nella speranza che la tassa si estingua tra qualche anno. L’altro ha visto protagonista Bakambu che ha staccato il biglietto di sola andata per la Cina, pagando lui stesso i 40 milioni di euro previsti per rescindere il suo contratto, prima di raggiungere il Beijing Guoan.

Luxury tax, l’analisi storica

Nella storia del calcio qualsiasi campionato che abbia posto dure restrizioni agli stranieri ne ha poi pagato le conseguenze. “Pensiamo al caso italiano – conclude Gineprini – nel 1966 dopo la sconfitta ai Mondiali contro la Corea del Nord, la Figc decise per il blocco degli stranieri. Per un decennio il Paese visse una vera e propria autarchia calcistica: situazione che maturò il vergognoso 12° posto nel ranking Uefa con cui ci presentammo ai Mondiali del 1982”. E il gap si allarga quando si parla del mondo del pallone cinese, che ha maledettamente bisogno di innesti europei e sudamericani per crescere tecnicamente e tatticamente. Ne è la prova la recente eliminazione dell’Under 23 cinese dall’Asian Cup.

2 COMMENTI

  1. “Per un decennio il Paese visse una vera e propria autarchia calcistica: situazione che maturò il vergognoso 12° posto nel ranking Uefa con cui ci presentammo ai Mondiali del 1982”.

    Beh la situazione attuale, di fatto senza alcuna imitazione rale non è che stia producendo risultati per la nazionale migliori.

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