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(insidefoto.com)

Nel recente documento dell’Uefa che affronta i vari aspetti economici del calcio europeo, un ruolo centrale non poteva non averlo il Fair play finanziario.

Il progetto dell’Uefa è stato introdotto nel 2009 ed ha sottoposto le società a monitoraggio a partire dal 2011, con i primi effetti e le prime sanzioni a partire dal 2013.

E’ bene qui precisare le date, perchè di FFP si parla da tempo ma da meno di 5 anni, di fatto, questo è entrato pienamente in vigore.

Giusto quindi allo stesso tempo andare ad individuare il quadro complessivo ed anche le responsabilità di alcune situazioni.

Spesso infatti si è portati a pensare che il FFP sia stato il responsabile dell’attuale differenza tra il potere economico dei grandi club e gli altri. Un aspetto su cui recentemente l’Uefa si è soffermata per esprimere le sue perplessità.

Ma anche in questo come in altri casi è bene piuttosto chiedersi: come sarebbero queste differenze se lo stesso FFP non fosse intervenuto a regolamentare parzialmente il mercato?

Una nostra analisi sul piano sportivo effettuata circa un anno fa dimostrava ad esempio che il dominio che ha portato la metà dei premi distribuiti negli ultimi 10 anni solamente a 10 squadre è iniziato ben prima dell’introduzione del FFP.

Se quindi l’Europa del calcio è diventata finanziariamente più stabile, il gap tra club ricchi e tutti gli altri continua a crescere, ed è anzi destinato ad aumentare ancora.

Una delle riforme in questo senso più interessanti può essere la ventilata idea del presidente FIFA Gianni Infantino di imporre il blocco delle rose e l’introduzione di paletti per i prestiti. In questo modo si creerebbe una sorta di Salary Cap di fatto, ovvero si renderebbe parzialmente inefficace la ricchezza superiore dei club visto che alla fine si gioca pur sempre in 11 e la concentrazione di talento all’interno di un determinato gruppo non segue la dinamica dei prezzi (ovvero: un giocatore non è più forte se lo pago di più).

Negli ultimi due anni, i profitti operativi complessivi sono aumentati a 1,5 miliardi, rispetto al ‘rosso’ di 700 milioni nei due anni precedenti l’introduzione del FPF. Questo ha permesso di ridurre le perdite totali dell’81% a poco più di 300 mln, mentre l’indebitamento netto in percentuale sui ricavi è sceso dal 65% del 2009 al 40% del 2015.

E sempre grazie al fair play finanziario, è diminuito di molto anche il numero di club col bilancio in perdita: quelli con il ‘rosso’ più consistente (oltre 45 mln in un anno) si sono più che dimezzati, erano 11 nel 2011, sono scesi a 4 nel 2015.

Vero quindi che permangono disparità enormi, ma l’impressione è che senza il FFP la situazione sarebbe peggiore. Si prenda ad esempio il Barcellona che ha annunciato di dover operare sul mercato con oculatezza per stare nel 70% del tetto ingaggi/fatturato previsto dal FFP. E’ del tutto evidente che in questo senso il FFP è un deterrente: magari non sufficiente, ma di certo di senso opposto rispetto allo strapotere dei grandi club.

Giusto anche fare un’ultima considerazione: alcuni grandi club sono stati molto bravi a puntare sulla leva dei ricavi, e la tempestività in questo è stata decisiva. Ma la dinamica per cui esistono poche società ricchissime non è esclusivamente legato a questo: questo tipo di differenziazione e verticalizzazione del potere economico è tipico di ogni mercato gestito con regole sostanzialmente liberiste. Non solo nel calcio.

Va ricordato che tra i club sanzionati ci sono due delle prime 9 società europee per ricchezza, ovvero il City e il PSG, guardacaso quelle che a differenza degli altri hanno potuto iniziare il loro processo di crescita solo in tempi recenti (2008 il City, 2012 il PSG): sbagliato quindi dire che il FFP è debole coi ricchi e forte coi deboli.

Il problema è da ricercare molto di più e l’impressione è che da quando nel 1996 la sentenza Bosman ha cambiato la struttura del mercato calciatori europeo, de-nazionalizzandolo, l’Europa del calcio è diventata (impropriamente) come una nazione. In questo senso è iniziata una verticizzazione (per effetto del concentramento di talento in pochi club, che potevano ora operare liberamente senza vincolo di nazionalità dei pochi giocatori) che rispecchia esattamente quel che è sempre successo a livello nazionale, con il dominio sportivo appannaggio di poche realtà.

Un cambiamento non immediato, ma che nel giro di 10 anni ha creato la situazione che conosciamo.

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