Nel comunicato congiunto con cui Fininvest e Sino-Europe Sports Investment hanno annunciato lo slittamento al 3 marzo 2017 del closing per il passaggio del 99,93% del Milan dalla holding della famiglia Berlusconi alla cordata cinese non vengono specificate le ragioni del rinvio.

Il comunicato specifica solo che la proroga è stata chiesta da Sino-Europe che si è impegnata a versare una seconda caparra da 100 milioni entro il 12 dicembre dopo quella di pari importo già versata nelle casse della Fininvest.

Sebbene nei comunicati ufficiali non vi si faccia menzione (il comunicato del 2 dicembre parla genericamente di “autorizzazioni necessarie al closing”), più fonti coinvolte nella vicenda, a partire dal presidente del Milan, Silvio Berlusconi, hanno indicato nella necessità di Sino-Europe di ottenere l’ok delle autorità di Pechino all’esportazione dei capitali necessari ad acquistare il Milan il motivo principale della dilazione dei tempi.

Se questa sia la vera ragione dello slittamento del closing è difficile affermarlo con certezza, di sicuro la stretta sull’esportazione di capitali dalla Cina è una realtà.

La stretta di Pechino sull’esportazione di capitali dalla Cina

Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Xinhua (Nuova Cina), la maggiore e più antica delle due agenzie di stampa ufficiali della Repubblica Popolare Cinese (subordinata al controllo del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese), le autorità cinesi vogliono contenere i rischi derivanti da investimenti “irrazionali” all’estero, con l’intento di ridurre sensibilmente le fuoriuscite di capitali dal Paese.

L’agenzia Xinhua, in un dispaccio ripreso oggi in Italia dall’agenzia MF-Dow Jones, sottolinea come il governo di Pechino stia monitorando con attenzione alcuni investimenti poco sensati fatti nell’immobiliare, negli hotel, nel cinema, nell’intrattenimento e anche nelle societá sportive.

In particolare i funzionari della National Development and Reform Commission, del Ministero del Commercio, della Banca centrale e della State Administration of Foreign Exchange (SAFE), secondo quanto riferito, sono particolarmente preoccupati dei rischi derivanti dai consistenti progetti di investimento all’estero che sono al di fuori delle attività core delle aziende di Pechino e anche dagli investimenti effettuati da società in accomandita e limited company (società a responsabilità limitata) cinesi. Quindi da tutti quei soggetti non riconducibili ai grandi gruppi.

In una nota diramata lo scorso 29 novembre e rilanciata sempre da Xinhua lo State Administration of Foreign Exchange ha ribadito il proprio impegno nel contrastare l’attività di esportazione di capitali dalla Cina camuffata da investimenti all’estero.

Secondo Michele Geraci, economista e direttore del China Economic Research Program presso la Nottingham University Business School China, citato dal sito di Milano Finanza sempre il 29 novembre scorso, “dietro molte transazioni, anche di piccolo livello che sfuggivano ai radar, si celavano sotterfugi per consentire le esportazioni di capitali. L’obiettivo non era quindi solo fare un affare, ma anche esportare capitali e quindi si chiudeva un occhio sul valore delle acquisizioni”.

Ma la volontà del governo cinese di contrastare l’esportazione di capitali dalla Cina fatta da soggetti poco trasparenti non è l’unica motivazione alla stretta.

Preoccupa, inoltre, il calo delle riserve valutarie. Le fuoriuscite di capitali hanno provocato il forte calo della valuta cinese, il renminbi, che nel corso del 2016 si è deprezzato di quasi il 6% sul dollaro. Per sostenere la propria valuta, la Cina ha venduto dollari e oggi il livello delle riserve valutarie è ai minimi dal 2011 a 3120 miliardi di dollari.

Se la stretta governativa sull’esportazione di capitali dalla Cina può aiutare a comprendere (almeno da un punto di vista logico) il perché dello slittamento del closing, resta da capire da dove saranno accreditati a Fininvest i 100 milioni di euro della seconda caparra. Secondo fonti accreditate questa somma sarebbe attualmente nella disponibilità di Sino-Europe su conti bancari al di fuori della Cina e non sarebbe pertanto soggetta alle procedure di verifica dello State Administration of Foreign Exchange.

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