professionismo nel calcio italiano problemi irrisolti

Quando nel 1926 il fascismo intervenne d’autorità per regolamentare il calcio italiano ed introdurre per la prima volta un inquadramento legislativo del professionismo nel calcio i problemi del calcio italiano erano molto simili a quelli che oggi si stanno per l’ennesima volta riproponendo, dalla necessaria attenzione a spese che aumentano a dispetto delle volontà passando per (udite udite) la necessità di fare nuovi stadi, fino alle sotterranee lotte di potere che anche nel 2016, 90 anni dopo, caratterizzano l’intero movimento.

E non mancava il tema degli stranieri che sembravano togliere spazio ai talenti di casa nostra e dell’utilizzo dei giocatori italiani.

Scrive nel suo libro “Il calcio italiano 1898 – 1981” lo storico Carlo De Ianni: “L’ultimo periodo, quasi due anni (come il mandato di Carlo Tavecchio che scade nelle prossime settimane n.d.r.) di Bozino alla presidenza della Fedrazione fu caratterizzato da un’evidente crisi d’ingovernabilità per effetto dell’incidenza crescente di vecchi problemi irrisolti e l’insorenza violenta di alcuni nuovi. Innanzitutto la formula del campionato che restò organizzata in due gironi nonostante la battaglia condotta da Graziani (Bologna) e De Rossi (Torino) per un girone unico a sedici squadre dal 1925-26. Bozino sembrò dare poca importanza alla cosa preferendo concentrarsi sul tema della giustizia sportiva facendosi nominare presidente della commissione d’inchiesta per Derthona – Spal”.

In questo clima arrivò il commissariamento che Antonio Ghirelli nel 1964 nella sua Storia del calcio italiano descriverà con una metafora a proposito di Leonardo Arpinati (gerarca fascista particolarmente interessato al fenomeno sportivo del momento) che appunto secondo Ghirelli “mise la camicia nera al calcio”.

La Carta di Viareggio fu il documento pubblicato in Versilia il 2 agosto 1926 che organizzò il mondo del calcio italiano a livello nazionale di fatto legalizzò il calciomercato.

La Carta attuò la prima storica svolta nel passaggio del calcio italiano verso il professionismo. Il documento divideva infatti i calciatori in due categorie, dilettanti e non-dilettanti, riconoscendo così i numerosi precedenti di calciomercato avvenuti clandestinamente fino ad allora.

Tre erano stati i casi più clamorosi. Il primissimo, ripensato oggi fa sorridere pensando all’asse Galliani-Preziosi: il passaggio di Renzo De Vecchi dal Milan al Genoa nel lontano 1913 per 24.000 lire, il secondo quello di Virginio Rosetta dalla Pro Vercelli alla Juventus nel 1923 per 50.000 lire, e il terzo quello di Adolfo Baloncieri dall’Alessandria al Torino nel 1925 per 70.000 lire.

La Carta metteva mano anche alle liste di trasferimento che dal 1922 imponevano ad un club di fare mercato solo entro la sua provincia (i bergamaschi non potevano, per dire, andare a Inter o Milan): dal luglio 1926 ogni vincolo territoriale veniva a cadere permettendo l'”emigrazione” dei giocatori da una regione all’altra.

Nell’estate del 1925 (si contavano ben 80 stranieri nelle nostre squadre) si erano moltiplicati i trasferimenti con pagamento del cartellino alla società cedente e ingaggio al calciatore. Il tutto ancora senza alcuna regolamentazione. Nel tentativo probabilmente di scoraggiare il mercato italiano fu invece incentivato quello straniero, in particolare ungherese.

Il 1926 invece rappresentò il momento in cui si sposò (su basi evidentemente ideologiche) l’autarchia permettendo di mantenere solo due giocatori esteri per squadra fino a non permetterne il tesseramento a partire dal 1928.

Novant’anni dopo il mondo del calcio italiano sembra proporzionalmente lo stesso. Più business, un movimento più internazionale, ma problemi identici.

 

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