Da quando è scoppiata la bolla della crisi, anche nel calcio, specie in Italia, regole e logiche del calciomercato sono drasticamente cambiate. L’impoverimento collettivo del nostro calcio ci impone di fare i conti con una dura, e cruda, realtà: i club di casa nostra non sono più quelli di una volta per una mancanza di liquidità che pare essere cronica. Ogni volta che si apre una sessione di calciomercato infatti, la parola più ricorrente è Fair Play Finanziario, l’incubo di tutti i tifosi italiani, abituati alla grandeur delle gestioni dei “presidenti-padroni”, votati molto di più a privilegiare il lato romantico di questo sport (il campo e i suoi “protagonisti”) e a “trascurare” quello che, in qualche maniera, potremmo definire più freddo e razionale (conti e bilanci).

Vendo per poi ricomprare

Il FFP, come dicevamo, ha cambiato le dinamiche dominanti del calciomercato a livello internazionale e soprattutto quello italiano. La nuova “moda” di fare mercato nel Bel Paese si basa su nuovo modo di gestire il mercato dei trasferimenti, in cui si è notevolmente vivacizzato l’aspetto legato a quello che i club nostrani hanno sempre più difficoltà a fare: pagare per acquistare. Formule sempre più “creative” e in linea con le necessità, da una parte, di non appesantire troppo i conti, dall’altra, di non rinunciare ad un (almeno) abbozzato rafforzamento della rosa. Tra queste, new entry assoluta, la cessione con diritto di riscatto alla società che acquista e di “controriscatto” (quello che in Spagna chiamano diritto di “recompra”) in favore della società cedente. Casi emblematici di una paradossale, ma salvifica (per i conti), manovra economica, quello di Federico Bonazzoli, che dall’Inter è finito alla Sampdoria quest’inverno per 4,5 milioni di euro (riacquistabile per 9), quello del giovane Krisztian Tamas, del Milan, finito al Varese e poi tornato alla base in questo 2015, oppure, ancora, quelli di Verre e D’Alessandro, entrambi della Roma. Si tratta, in più di un significato, di una vera e propria strategia aziendale per aggirare, in un senso, il problema-liquidità, dall’altro, per disinnescare il rischio di perdere il campione del futuro: ti cedo un giocatore oggi, ci faccio una plusvalenza, e lo riprendo (magari al doppio), domani. Sempre se ne vale la pena.

L’importanza delle cessioni interiste

Per l’Inter infatti, l’addio al miglior talento della Primavera è coincisa con l’esigenza di bilanciare un mercato invernale comunque condotto in ottica Fair Play, come ha stimato C&F, e, se vogliamo, di non infastidire troppo la Uefa che tiene a tiro di schioppo un piano economico di risanamento quinquennale che di tutto ha bisogno tranne che di ulteriori sprechi di risorse vitali. Sempre C&F, alla chiusura della sessione di gennaio, rivelava infatti che “le cessioni alla Sampdoria di Bonazzoli (quest’ultimo rimarrà in nerazzurro fino a fine stagione) e Duncan, due prodotti del settore giovanile, ha consentito al club presieduto da Erick Thohir di incassare 8,6 milioni di euro e di realizzare una plusvalenza da iscrivere nel bilancio 2014/15 di pari entità, considerato che il valore di carico dei due giocatori nel bilancio dell’Inter è infatti pari a zero. In sostanza cioè, per l’Inter, un mercato a costo e impatto “zero” in quanto, ai maggiori costi per 9,5 milioni legati solo agli stipendi dei nuovi arrivi (Podolski, Shaqiri, Brozovic e Santon, tutti in prestito, almeno nella stagione 2014/15, e dunque senza necessità di ammortizzarne il costo di acquisto) saranno compensati da quanto incassato con le cessioni dei due gioielli prodotti dal prolifico vivaio nerazzurro.

Il diritto con obbligo di riscatto l’altro “escamotage”

Ma le strategie di maquillage di bilanci e rose non finiscono qua. Infatti, il progressivo addio alle comproprietà è stato rimpiazzato dalla formula più gentile e affidabile della “cessione con obbligo di riscatto“, che altro non è che un modo nuovo di definire un’operazione di mercato con una forma di pagamento spalmato lungo l’arco di più stagioni. Caso esemplificativo, quello del terzino brasiliano classe ’92 Dodò che, dalla Roma è passato all’Inter nell’estate 2014 con termini di pagamento che ai più potrebbero sembrare “curiosi” o, magari, apparire del tutto superflui ma sono, in tutto e per tutto, la chiave che consente alle società di accordarsi per muovere cartellini, soddisfare (perlomeno alla meno peggio) le richieste degli allenatori e per non restare imbalsamati e strozzati da una crisi a cui finora non è stato posto rimedio. Per Dodò infatti, la formula scelta dalle parti è stata quella del riscatto obbligatorio al primo minuto in campo con la maglia nerazzurra e pagamento pluriennale rinviato alla stagione 2016. Insomma, si fa quel che si può, nonostante i soldi siano, per così dire, sempre più “virtuali”.