Il fallimento della nazionale italiana ai recenti mondiali brasiliani ha riaperto un dibattito ormai annoso: quello sulla scarsa valorizzazione del prodotto italiano a favore dell’importazione selvaggia di calciatori stranieri da ogni angolo del globo calcistico. Una tendenza che si è via via accentuata negli ultimi anni e sembra destinata a non fermarsi. La crisi economico/finanziaria del calcio italiano è arrivata non a caso, figlia di un sistema vecchio, poco sostenibile, mecenatista.

In tutto questo si inserisce la centralità della questione legata alla valorizzazione dei talenti italiani, una questione che si è più amplificata proprio dalla disfatta azzurra in Brasile, ma già evidente al termine del mondiale sudafricano di 4 anni fa. Il buon Europeo del 2012 non è stato altro che l’eccezione che conferma la regola e cioè che, a parte un episodio isolato, il calcio italiano ha imboccato la strada del declino. I modelli spagnolo e tedesco, oggi i più ammirati e vincenti, paiono essere una chimera, un’utopia irrealizzabile che altrimenti dovrebbe rappresentare la normalità nel contesto di una nazione, l’Italia, da sempre etichettata come scuola calcistica di livello internazionale. Capace, da sempre, di generazione in generazione, di rigenerarsi e di fungere da serbatoio per le nazionali di volta in volta impegnate nelle manifestazioni più importanti.

Le recenti politiche dei club, decise sempre più a sacrificare i prodotti più interessanti delle giovanili sull’altare del bilancio (e di una plusvalenza) favorendone l’emigrazione o, di prestito in prestito, l’involuzione tecnica, non hanno aiutato, così come non aiuta il sistema complessivo di carattere strutturale, che non attutisce il salto traumatico dei talenti più promettenti nel calcio professionistico. Declino testimoniato non solo dalla discutibile importanza attribuita ai vivai dalle nostre società allo stato attuale, quanto dalla politica di importazione sconsiderata di un numero crescente di stranieri, spesso di scarsa qualità, destinati a divenire delle meteore e a non lasciare alcuna traccia nella storia dei club italiani.

Le parole di Gigi Buffon a riguardo suonano legittime: «Non c’entra il numero degli stranieri, c’entra la qualità». Il capitano della Nazionale, ritiene dunque necessarie riforme per favorire la crescita di giocatori italiani in un calcio sempre più caratterizzato dalla presenza di stranieri di livello medio-basso.

«Qualcosa va inevitabilmente cambiato. Siamo arrivati a fallire due Mondiali in maniera clamorosa e non abbiamo un serbatoio di talenti come è accaduto in passato: a monte si è sbagliato qualcosa», dice il portiere della Nazionale, evidenziando che la presenza di stranieri di caratura trascurabile «non fa bene al nostro movimento e impedisce che sboccino talenti nuovi».

Un discorso che necessariamente dovranno affrontare i vertici della Federazione, in vista di Euro 2016: due anni per invertire la tendenza e riprendere a (ri)scoprire i talenti di casa nostra.

Fabio Colosimo