james-pallotta-presidente-as-romaAlla vigilia dell’aumento di capitale da 100 milioni dell’As Roma erano in molti a Piazza Affari a pronosticare che l’operazione si sarebbe conclusa con uno scarso seguito da parte del mercato e dei piccoli azionisti tale da creare le condizioni per un successivo delisting della società giallorossa dalla borsa. Il fatto che l’azionista di riferimento Neep Roma Holding (il veicolo partecipato da James Pallotta e dai suoi soci e da Unicredit) avesse da tempo versato nelle casse del club l’intero importo dell’aumento di capitale, necessario a ricostituire il patrimonio dopo le ingenti perdite degli scorsi esercizi, lasciava infatti presagire che, in caso di bassa adesione da parte degli azionisti di minoranza all’aumento di capitale, gli americani e la banca guidata da Federico Ghizzoni si sarebbero fatti carico delle azioni rimaste inoptate, portando la propria partecipazione dall’attuale 78% ad oltre il 90% e arrivando così a un passo dalla soglia necessaria per procedere al delisting.

Questo scenario, almeno in base ai dati preliminari diffusi nella giornata di ieri dall’As Roma, non sembra invece essersi concretizzato, considerato che la risposta del mercato e dei piccoli azionisti (gran parte dei quali sono tifosi giallorossi) all’aumento di capitale è stata importante.  Al termine della prima fase dell’operazione, conclusasi venerdì scorso, l’aumento è infatti risultato sottoscritto per il 98,27%. In altre parole dei 100 milioni che la Roma chiedeva ai suoi soci, ne sono arrivati nelle casse della società 98,27 milioni. Di questi circa 78 milioni li hanno messi la cordata Usa e Unicredit (che come detto avevano già versato preventivamente l’intero importo di 100 milioni), i restanti 20 milioni sono invece arrivati dal mercato e dai piccoli azionisti. Le azioni inoptate sono state solo l’1.73%, che saranno messe all’asta nelle sedute del 24, 25, 25, 28, 29 e 30 luglio 2014.

Si tratta di un risultato molto importante, in primo luogo perché testimonia il fatto che di fronte a un progetto serio come quello di Pallotta e dei suoi soci americani il mercato è disposto a investire, anche in Italia, in una società di calcio quotata. Questo risultato, che non era affatto scontato, potrebbe pertanto contribuire a scalfire una serie di luoghi comuni secondo cui, dopo l’euforia degli anni 2000, non avrebbe più senso per un club di calcio essere quotato in borsa. L’esito dell’aumento di capitale della Roma, eseguito in una fase di stagnazione dell’economia italiana e dunque non certo florida in termini di liquidità per il piccolo azionista (sia pure tifoso-azionista), potrebbe dunque rappresentare  un benchmark importante anche per altri club italiani che potrebbero utilizzare la borsa per reperire le risorse da impiegare, non tanto nel calciomercato, quanto in progetti di medio-lungo termine come la costruzione di un nuovo stadio.

Lo scorso aprile, ad esempio, era stata la vicepresidente del Milan, Barbara Berlusconi (che del club è anche azionista tramite Fininvest) ad indicare nella borsa una delle possibili strade per trovare le risorse necessarie a rilanciare il club rossonero. Una strada che Calcioefinanza.it aveva già indicato come possibile soluzione ai problemi del Milan qualche settimana prima (http://www.calcioefinanza.it/milan-berlusconi-quotazione-borsa/).  E anche il presidente dell’Inter, Erick Thohir, avrebbe tra le opzioni allo studio la possibile quotazione di International Sport Capital, la holding cui fa capo il controllo del club nerazzurro, su un listino asiatico (si è parlato di Hong Kong). Finora però si è trattato solo di parole e all’orizzonte non si vede ancora niente di concreto.

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