«Il Milan non si vende e vale più di 500 milioni». Così Silvio Berlusconi, nel corso della registrazione della trasmissione di Bruno Vespa, Porta a Porta, è tornato a negare una possibile cessione del club rossonero. Eppure, per ben due volte nello spazio di poche settimane, testate autorevoli come La Stampa e La Gazzetta dello Sport, hanno fatto balenare come concreta questa eventualità, in entrambe i casi chiamando in causa il miliardario di Singapore Peter Lim.

Tre settimane fa si era parlato di una proposta informale dell’uomo d’affari asiatico per rilevare il 51% del Milan per 300 milioni di euro (con una valutazione complessiva del club di circa 600 milioni). Proposta che, tramite l’ennesima Ansa, era stata bollata come insufficiente dal vicepresidente rossonero Barbara Berlusconi, in quei giorni in viaggio in Medio Oriente e Stati Uniti per individuare investitori disponibili invece a rilevare una quota di minoranza.

Allora la Fininvest, presieduta da Marina Berlusconi, era rimasta silente. Mentre oggi, a fronte delle indiscrezioni rilanciate dalla Gazzetta, secondo cui Lim punterebbe al 100% del Milan, ma a fronte di una valutazione complessiva di 500 milioni, la holding di Via Paleocapa si è pronunciata ufficialmente sul tema, anticipando di qualche ora le dichiarazioni del presidente rossonero: «In merito a indiscrezioni riportate dalla stampa, la Fininvest smentisce nuovamente ogni ipotesi di cessione del controllo del Milan».

Questa la pura cronaca. In realtà, come ben documentato dal settimanale Milano Finanza e dal quotidiano MF nei giorni scorsi, la realtà in casa Fininvest sarebbe più complessa. Il Milan continua infatti a rappresentare un peso per la holding di via Paleocapa, che per questo e il prossimo anno, nonostante il contenimento dei costi realizzato negli ultimi due anni della gestione di Adriano Galliani (cui forse la cessione del club non dispiacerebbe), verserà nelle casse del club circa 50 milioni a copertura delle future perdite.

Perché dunque la holding della famiglia Berlusconi si ostinerebbe a non prendere in considerazione eventuali offerte anche per la maggioranza del club? Fino a poco tempo fa si era trattato prevalentemente di una questione di prezzo. La valutazione, circa 1 miliardo di euro, data da Fininvest al Milan aveva infatti scoraggiato più di un acquirente, che oltre a sostenere l’investimento per l’acquisto del club avrebbe dovuto farsi carico di ulteriori spese per rafforzare la squadra e svilupparne il business sul piano commerciale e infrastrutturale.

Ora però le considerazioni economiche sembrano aver lasciato spazio alle questioni familiari e ai rapporti tra i figli di primo e secondo letto di Silvio Berlusconi. Nonostante le smentite di rito, Lim sembrerebbe realmente interessato a investire nel calcio (nel suo radar non c’è solo il Diavolo, ma anche il Valencia, l’Atletico Madrid e la stessa Inter) e trovare di questi tempi un altro investitore, oltre a Erick Thohir, disposto a mettere soldi nel calcio italiano non è cosa di tutti i giorni.

Considerato che, nel bilancio 2012 della Fininvest, la partecipazione nella società rossonera è iscritta (in via prudenziale) a circa 370 milioni e che a fronte dei circa 240 milioni di debiti si arriva a un enterprise value di circa 610 milioni, non lontano dunque dalla valutazione fatta da Lim, le condizioni finanziarie per intavolare una discussione con l’uomo d’affari di Singapore sembrerebbero esserci. Perché allora in via Paleocapa hanno finora respinto le avances di Lim? Secondo le fonti interpellate la ragione andrebbe cercata più nella necessità di Silvio Berlusconi di garantire un ruolo manageriale a Barbara nell’impero di famiglia, senza stravolgere gli attuali equilibri basati sul ruolo di Piersilvio in Mediaset e di Marina in Fininvest e Mondadori, più che su considerazioni di natura strettamente finanziaria.

La primogenita di Veronica Lario punterebbe infatti ad avere un ruolo manageriale di primo piano nell’organigramma del gruppo così come ce l’hanno Marina e Pier Silvio. Se pertanto il controllo del Milan, almeno nel breve termine, venisse ceduto a un investitore terzo, il confronto a distanza tra i figli di primo e secondo letto dell’ex premier potrebbe rischiare di deflagrare. Un rischio che Berlusconi, in questo momento, non può assolutamente permettersi.

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