“Faremo diventare l’Italia come il Milan”. Così si augurava un sorridente Silvio Berlusconi la sera del 19 aprile 1994, festeggiando da Giannino il 14° scudetto del Diavolo, il terzo dell’era di Fabio Capello. Erano altri tempi. il proprietario del Milan e leader di Forza Italia, reduce dal trionfo elettorale del 27 e 28 marzo, si accingeva a diventare presidente del consiglio per la prima volta nella sua nuova carriera politica, mentre la squadra di Capello, dopo aver vinto il campionato con due giornate di anticipo, di lì a poco si sarebbe laureata campione d’Europa, travolgendo il Barcellona di Johan Cruijff per 4-0 nella finale di Atene.

Oggi, a vent’anni di distanza da quel 19 aprile, l’obiettivo indicato dal Cavaliere sembra essersi realizzato ma, paradossalmente, non è stata l’Italia a diventare come il Milan, ma quest’ultimo ad adeguarsi ai ritardi cronici dell’economia italiana: bassa crescita del fatturato (negli ultimi 10 anni i ricavi del Diavolo sono cresciuti solo del 12% contro il 132% messo a segno dal Barcellona e il 128% del Bayern Monaco), risultati sportivi che finora sono stati finanziati con il deficit di bilancio, un indebitamento netto pari al 100% dei ricavi caratteristici e una mancanza di infrastrutture (per intenderci lo stadio di proprietà) che non consente di generare quegli introiti necessari a reggere il passo dei grandi club europei.

Milan, Barcellona, Bayern, ricavi 2003-2013

Ma se questa fotografia evidenzia solo i punti di debolezza del club rossonero (peraltro simili a quelli di molte altre big della Serie A), è altrettanto vero che, così come l’Italia racchiude in se importanti energie che aspettano solo di essere liberate, il Milan rimane pur sempre un asset di tutto rispetto, che se gestito adeguatamente, in base ad un piano industriale, finanziario e sportivo di medio-lungo periodo, potrebbe tornare a dare soddisfazioni non solo ai suoi tifosi ma anche alla proprietà.

Come ha ricordato recentemente l’ex tecnico del Milan e della Nazionale, Arrigo Sacchi, intervenendo alla trasmissione di Radio24, Tutti Convocati, nel calcio moderno è necessario avere un progetto di gioco, che preveda che vi siano calciatori a questo funzionali, e un progetto economico che sia in grado di sostenerlo. Ora, con l’arrivo sulla panchina rossonera di Clarence Seedorf, al di là dei risultati negativi delle ultime partite, il Milan un progetto di gioco, anche per volere dello stesso Berlusconi, sembra esserselo dato. Quello che ancora gli manca sono gli interpreti più adatti, ma soprattutto un progetto economico in grado di accompagnarlo nel tempo.

arrigo sacchi

Senza di questo, la missione che Berlusconi diede al Milan quando alla fine degli anni 80 rilevò il club ad un passo dal fallimento e che tuttora è riportata sulla prima pagina del bilancio rossonero (“Diventare la squadra più prestigiosa del mondo attraverso una serie di vittorie nei tornei più importati”), non appare più raggiungibile.

milan mission 1987

Per tornare ad essere competitivi in Europa non è infatti sufficiente rispettare i parametri del Fair Play Finanziario. Per rimanere nella metafora finora utilizzata, i vincoli economici imposti dall’Uefa ai club possono essere paragonati ai Parametri di Maastricht e al Fiscal Compact per gli Stati aderenti all’Unione monetaria europea. In entrambi i casi si tratta di misure che, mirando al raggiungimento dell’equilibrio finanziario (nel primo caso delle società di calcio, nel secondo degli Stati), rendono non più praticabile il finanziamento della gestione corrente attraverso il deficit di bilancio e nel lungo termine al debito. Ma come dimostra il caso Italia, limitarsi ad applicare il rigore di bilancio imposto dall’Europa non basta. In assenza di riforme strutturali (che per le società di calcio equivalgono a una chiara strategia per fare crescere i ricavi), la sola austerità di bilancio rischia infatti limitare le prospettive di crescita future.

Per i club come il Milan le opzioni sono quindi due: 1) ridurre i costi a parità di ricavi, rassegnandosi ad essere una società ben gestita ma con ambizioni di successo sportivo limitate al campionato nazionale; 2) coniugare il rigore di bilancio  a una politica di sviluppo dei ricavi, indispensabile per tenere il passo delle grandi in Europa.

E’ questa seconda opzione quella che tutti i milanisti vorrebbero che Berlusconi decidesse di portare avanti. Ma i segnali che arrivano dalla proprietà e dalla dirigenza rossonera al momento sono contrastanti. Fa ben sperare, ad esempio, la decisione del club di presentare una manifestazione di interesse, seppur non vincolante, per costruire il nuovo stadio sulle aree Expo  di Rho-Pero (o in alternativa a Sesto San Giovanni), meno la confusione che ancora regna a livello societario (la diarchia, ancora non risolta, tra Adriano Galliani e Barbara Berlusconi) e tra gli stessi componenti della famiglia Berlusconi sul ruolo che il club dovrà avere nel futuro del gruppo Fininvest.

barbara berlusconi

Una cessione del controllo del Milan è stata per ora esclusa sia dalla holding sia da Silvio Berlusconi in persona. Nessun commento è invece arrivato dopo le indiscrezioni sul possibile ingresso nel capitale del Milan da parte di un socio di minoranza, finalizzato a reperire le risorse necessarie a investire sullo stadio. Ma sul mercato, al di là delle regolari indiscrezioni su presunti investitori arabi o russi, c’è davvero chi sarebbe disponibile a rilevare una minoranza del club rossonero anche? Difficile, in assenza di un progetto di sviluppo chiaro e a medio-lungo termine, anche se non impossibile.

Ci sarebbe tuttavia una terza via per reperire i capitali necessari a portare avanti il progetto stadio ed è quella della quotazione in borsa. Berlusconi, pur avendo tre aziende quotate (Mediaset, Mondadori e Mediolanum) ha sempre detto di essere contrario alla quotazione sul mercato delle società di calcio.

Nel luglio del 2010, prima di mettere ancora una volta mano al portafoglio per dare il via libera ad Adriano Galliani all’acquisto di Zlatan Ibrahimovìc e Robinho, Berlusconi esprimeva così il proprio scetticismo sull’approdo in borsa del Milan: “Non credo logico portare una squadra di calcio in Borsa perché è un business particolarmente volatile che non produce utili ma perdite”.

clarence seedorf

Una considerazione che poteva essere vera prima qualche anno fa, all’epoca del calcio dei mecenati e prima dell’entrata in vigore del Financial Fair Play. Oggi, visto che l’obbligo di raggiungere il pareggio di bilancio è imposto direttamente dall’Uefa, è dunque possibile, nel caso si abbia un progetto di sviluppo importante come, ad esempio, quello dello stadio, provare a raccogliere i capitali necessari a portarlo avanti anche attraverso la quotazione.

L’esperienza della Juventus da questo punto di vista è esemplare. Basti considerare che negli ultimi due anni il titolo del club bianconero ha messo a segno un rialzo del 20%. Niente di eccezionale se paragonato all’andamento di Piazza Affari nel suo complesso (il Ftse All Share ha guadagnato complessivamente il 50%), ma comunque una performance importante, considerato che, ancora oggi, sono in molti a ritenere più dannosa che utile la quotazione in borsa dei club.

juve a piazza affari

Di sicuro, se Berlusconi e la Fininvest decidessero di procedere su questa strada, i milioni di tifosi del Diavolo sparsi in Italia e nel mondo non farebbero mancare il proprio sostegno al club. E non solo i tifosi. Anche gli investitori istituzionali che, come ha più volte sottolineato C&F sono già presenti nel capitale della Juve (come il Governo della Norvegia o il fondo pensione di Rbs) potrebbero essere allettati da un brand che è ancora uno dei principali del Made in Italy. L’importante è avere un progetto tecnico coerente e una strategia economica chiara. Cosa che ancora al Milan non si vede.

1 COMMENTO

  1. La fam. Agnelli i soldi della quoazione in Borsa li ha incassati e ne ha usati una somma minima per la Juventus, ma chissà per quale ,otivo son passati 13 anni e nessuno ne parla pazzesco. L’unico che lo fa è un blog di un tifoso juventino juventinoindingato che per questo attacca tutti anche gli stessi tifosi juventini che li definisce resposabilid ella loro ignoranza e disinteresse a questi aspetti fodnamentali nella gestione di un club di calcio