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(Insidefoto.com)

I giovani italiani faticano a trovare spazio tra i big. Come ha evidenziato oggi La Repubblica, il 73% dei calciatori convocati dalla Under 20 azzurra tra il 2011 e il 2015 oggi non gioca in Serie A. E il 38% dei calciatori impiegati dal 1 minuto nelle ultime finali Primavera erano stranieri.

Bandiera del presidente della Figc, Carlo Tavecchio, erano i Centri federali territoriali, ispirati al modello tedesco e alle riforme intraprese dalla Dfb dopo il fallimento della Germania agli europei di Belgio e Olanda del 2000.

Il progetto ne prevede 200, per ora sono 30, di cui 10 aperti negli ultimi 40 giorni (in Germania sono 390). Il programma ha dato lavoro a 90 allenatori e ad altri 240 profili professionali. Stanziati 9 milioni di euro, ne serviranno altri 9 all’anno per gestirli.

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Carlo Tavecchio (foto Insidefoto.com)

«Le riforme che stiamo facendo daranno i loro frutti solo tra 5-6 anni», spiegava il direttore generale della Figc, Michele Uva, ancora 2 anni fa.

A oggi si va verso i 3 mila bambini transitati. Ma il problema è rappresentato dalle ore di lavoro: due soli giorni di lavoro al mese e per 90 minuti ogni volta. A essere monitorati sono solo i tesserati per delle società, quindi già introdotti al calcio: i Centri, non servono ad allargare il movimento di base ma a tenere sotto osservazione i ragazzi più promettenti.

Il modello tedesco, da Euro 2000 al Talentförderprogramm

Diverso sembra essere il modello applicato in Germania, il cosiddetto Talentförderprogramm, “programma di raccolta (o per meglio dire, convogliamento) di talenti”, con i suoi 366 Stützpunkte, le scuole calcio federali, nelle quali vengono impegnati 1.300 allenatori di base.

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Julian Draxler con la maglia della Germania (Foto: Insidefoto)

Non ci sono Länd più svantaggiati di altri, la diffusione è geometrica e capillare. In queste accademie, anche grazie alla legge sulla cittadinanza introdotta dal governo Schröder nel 2002, abbondano i figli di immigrati, soprattutto turchi e polacchi, “germanizzati” grazie al principio, introdotto allora, dello Ius soli.

Il collegamento con i club è diretto e coordinato da 29 mediatori. E non si dimentichi che in Germania molti club, come in Spagna, hanno una sorta di squadra B, collocata non più in alto della Regionalliga, che è più di un campionato Primavera, meno di un campionato professionistico.

Nella lega regionale della Baviera appena il 15 per cento dei calciatori non è eleggibile per la nazionale tedesca. Nel campionato Primavera italiano, gli stranieri arrivano al 20 per cento. Nella Premier League Two (U23) si arriva al 40 per cento di non inglesi. Numeri che ovviamente non aiutano la nazionale.

Nelle accademie almeno inizialmente non ci sono ruoli prefissati. Fino ai 14 anni tutti fanno tutto, dal portiere alla punta. La specializzazione arriva in seguito ed è a totale discrezione dei tecnici. I baby-calciatori possono anche proseguire gli studi: in tutta la Germania i club stipulano delle convenzioni con le Eliteschulen des Fussballs.

Le migliaia di ragazzi che non sfonderanno nel mondo del calcio, avranno un avvenire assicurato.

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Thomas Muller (insidefoto.com)

L’occasione è stata sfruttata alla perfezione: perché, a ben guardare, i vari Neuer, Kroos, Hummels, ovvero l’asse portante della selezione guidata dal tecnico Joachim Low, sono stati cresciuti e lanciati in realtà notevolmente distanti (calcisticamente) dalle grandi città e dai grandi club, ma solide economicamente e in cui vi era l’assoluta convenienza di puntare forte sui prodotti del vivaio, per rivenderli poi alle big del campionato.

Risultato: oltre la metà dei giocatori della Bundesliga sono tedeschi, e i migliori, sono spesso scoperti a Wolfsburg, Gelsenkirchen, Rostock. Realtà di cui andare fieri perché è anche, e soprattutto, ad un lavoro di scouting assolutamente professionale che la Germania, oggi, è campione del mondo.

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