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Nuovo logo Premier League, ecco lo stemma del campionato inglese
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Impatto della Brexit sulla Premier League – L’intenzione, manifestata dal governo britannico nell’ambito dei negoziati sulla Brexit, di riprendere il pieno controllo sull’immigrazione dai paesi dell’Unione europea, rischia di avere importanti conseguenze sul tesseramento dei calciatori in Premier League.

L’avvocato Luca Ferrari, Global Head of Withers’ Sports Group, in un intervento pubblicato oggi sul Sole 24 Ore, sottolinea come, dalla stagione 2019/20 il permesso di lavoro potrebbe essere richiesto a ciascun calciatore straniero come condizione per il tesseramento.

Il work permit, spiega Ferrari, viene concesso solo a giocatori che siano stati costantemente selezionati (secondo percentuali diverse) nelle rappresentative nazionali.

In base a uno studio della Bbc, attualmente 332 calciatori stranieri comunitari che giocano in Premier, Championship e in Scozia non avrebbero i requisiti per ottenere il work permit richiesto per gli extracomunitari.  Ma l’assimilazione ai calciatori extracomunitari è l’ipotesi peggiore.

Ferrari spiega che ci sono almeno due strade per mitigare l’impatto della Brexit: “i cittadini degli stati aderenti all’Area economica europea (Ue, Norvegia, Islanda e Liechtenstein) potrebbero beneficiare di regole meno stringenti per l’ottenimento del permesso di lavoro, oppure il Regno Unito potrebbe concludere accordi bilaterali coi membri Ue, come ha già fatto la Svizzera”.

Luca Ferrari, Global Head of Withers’ Sports Group
Luca Ferrari, Global Head of Withers’ Sports Group

“Se però i negoziati fallissero”, avverte l’avvocato dello studio Whiters, e ci dovesse essere una Brexit senza accordo, l’impatto per il calcio inglese sarebbe molto più duro”.

Il sistema dei visti calcistici allargato all’’ntera Area economica europea limiterebbe fortemente l’accesso dei club britannici a giocatori europei non selezionati stabilmente in nazionale.

“Giocatori come Ranocchia”, spiega Ferrari, “ad esempio, rischierebbero di non ottenere il visto”.

È quindi possibile che il calcio britannico, come settore industriale, possa trovare in questo scenario “hard-Brexit” una posizione comune per ottenere dal governo la concessione di un sistema di visti per calciatori Ue meno selettivo rispetto a quello in vigore per gli extra Ue.

Possibile, ma tutt’altro che certo. Infatti i criteri per concedere visti sportivi sono negoziati dalle federazioni con l’Home Office. Mentre le Leghe hanno tutto l’interesse a facilitare l’ingresso di stranieri, la FA ha più volte dichiarato che una eventuale ‘hard Brexit’ potrebbe beneficiare i talenti nazionali.

Ma anche la situazione dei calciatori già tesserati in Inghilterra potrebbe diventare precaria. Qualora, come si ipotizza, si introducessero quote di giocatori inglesi o formati nel Regno Unito nelle rose (“discriminazione” lecita, stando fuori dei Trattati), i giocatori europei che ne risulterebbero danneggiati non potrebbero più appellarsi alla Ue.

Si può dunque ipotizzare un certo attivismo della Premier per assicurarsi calciatori europei anche di prospettiva, che potrebbero non essere accessibili post “hard-Brexit”.

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