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Al centro del dibattito calcistico estivo mai come quest’anno, il Fair play finanziario è stato evocato da ogni parte.

Evocato per lo più a sproposito, visto che come spiegato da Andrea Traverso (UEFA) nei giorni scorsi “Il Fair play fa controlli a posteriori, non dice cosa fare e cosa no, ognuno è libero, poi ci sono le conseguenze”.

A fronte di alcuni dati incontestabili molte considerazioni fuorvianti vengono fatte.

Inequivocabili sono i risultati: l’aumento del gap tra i grandi club europei e il resto del continente, il dominio di alcuni club nelle ultime stagioni.

La vittoria del Real Madrid in Champions League, che porta a 3 in 4 anni i successi europei di un singolo club, e dopo poco meno di 30 anni eguaglia l’ultima doppietta che risaliva al Milan di Sacchi, ha fatto cadere anche il totem della casualità del torneo più prestigioso di cui negli ultimi anni resisteva il mito della irripetibilità dei successi.

Da tempo calcioefinanza.it analizza le dinamiche competitive del calcio europeo. Dinamiche che in realtà sono evidenti anche senza calcoli troppo sofisticati.

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Ma come è potuto succedere che il calcio europeo sia arrivato a questo punto?

E’ opinione abbastanza diffusa tra i tifosi ma anche tra tanti più o meno improvvisati opinionisti che il Fair play finanziario sia il principale responsabile.

Ma la miopia di questa convinzione è presto smontata.

Il calcio, così come lo conosciamo oggi, è figlio della Legge Bosman molto più che del FFP.

La sentenza del dicembre 1995 oltre a introdurre i parametri zero ebbe anche l’effetto di liberalizzare di fatto il mercato del lavoro calcistico in tutta Europa.

Da allora si assiste ad una divaricazione.

Il mercato del lavoro è europeo a fronte di competizioni che sono rimaste prevalentemente nazionali. Chi gioca di più in Europa fa 13 partite (finale Champions) o 15 (finale EL) a fronte di 38 gare di campionato più le coppe.

A differenza di quanto accadeva prima, il talento che le squadre acquisiscono sul mercato si è andato a concentrare in poche realtà.

L’Europa del calcio vive lo stesso paradosso dell’Europa politica: ragiona ancora su base nazionale, ma deve fare il contro con una integrazione continentale.

Già un anno fa avevamo spiegato questa concentrazione anche alla luce di una legge matematica che sembra fotografare bene la questione.

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Semplificando l’effetto descritto dalla Legge di Zipf, nel mercato calcistico esiste una quantità di talento che nel tempo tende a crescere meno che proporzionalmente rispetto alle risorse economiche disponibili.

In fondo qualcosa di molto simile alla verticizzazione che caratterizza tutti i mercati liberisti del mondo.

Per questo gli americani, che di liberismo sono maestri, hanno strutturato il loro sport su base competitiva mettendo le Leghe e non i club al centro dei sistemi.

Ecco quindi che il mercato europeo, un tempo molto più vario e competitivo, per numero di squadre che raggiungevano le semifinali di Champions League, ha visto i valori verticizzarsi in maniera molto simile a quel che era successo nei decenni precedenti a livello nazionale.

A 20 anni dalla Legge Bosman 3 dei 5 campionati chiave del continente hanno una squadra egemone (Italia, Germania e Francia), in Spagna si è reiterato un sostanziale duopolio e solo l’Inghilterra ha visto l’emersione di un sistema più competitivo.

Agli effetti della Bosman va poi aggiunto il secondo fenomeno, ovvero il sostanziale cambiamento del modello di business dei club.

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Il calcio italiano è stato egemone fino a che i valori investiti sul mercato dai club erano superiori a quelli dei club stranieri.

Il tutto era possibile in un sistema in perdita, che con la crescita del mercato dei diritti tv ha continuato a spendere senza pensare a produrre le risorse di cui aveva bisogno.

Ma il mercato televisivo non è stato un fenomeno solo italiano. Anche gli altri paesi hanno usufruito di crescenti disponibilità, con una differenza: mentre in Italia si è continuato a far leva sul mecenatismo i grandi club europei hanno puntato su un modello basato sui ricavi.

E in questo caso ad eccellere sono stati quei club che hanno potuto contare su un brand di respiro europeo e che sono arrivati prima di altri.

E’ il caso di Barcellona, Real Madrid, Bayern Monaco, Manchester United, ma anche dei club londinesi Chelsea e Arsenal oltre che del Liverpool e successivamente del PSG.

L’effetto tempo è evidente nel caso della Juventus, che ragiona in termini di ricavi (prima, per lo più, legati al mercato e alle plusvalenze, poi in via crescente alle altre voci) dal 1996-97 quando la proprietà chiese ai vertici del club di essere autosufficienti, e che paga negli ultimi 10 anni il gap creato nel 2006 quando passò per effetto di Calciopoli dal terzo al dodicesimo posto europeo nella classifica dei ricavi.

In tutti i casi sono stati decisivi due aspetti: un brand di richiamo internazionale e un bacino d’utenza importante.

La dimostrazione sta proprio nei club emergenti (ovvero quelli che prima del 2000 non avevano particolare tradizione internazionale) come Chelsea e PSG che sono soprattutto Londra e Parigi. Due club che hanno colmato l’effetto tempo di cui si diceva (il Chelsea di Abramovic nasce nel 2004, il PSG Qatariota nel 2010) con la ampia disponibilità delle rispettive proprietà a spingere il club.

Calcioefinanza.it ne ha parlato recentemente in una analisi legata ai modelli di business.

Il FFP è arrivato dopo tutto questo. Introdotto nel 2009 ha iniziato ad operare dal 2011.

I principali detrattori del sistema del Fair play finanziario sono i tifosi interessati al successo delle proprie squadre che lamentano la non possibilità di spendere certe cifre per certi giocatori.

Ma per giudicare il FFP bisognerebbe pensare ad un sistema senza FFP.

Traverso (Uefa): “Il Fair play funziona: il calcio è più sano, ora la competitività”

Se il club X che non spende perchè deve rientrare nei parametri potesse spendere liberamente non sarebbe comunque competitivo rispetto al club Y che fattura 4 o 5 volte di più.

A maggior ragione se il club Y fosse a sua volta libero di spendere senza alcuna limitazione.

E questo accade non perchè ci siano mecenati più o meno parsimoniosi, ma perchè una volta raggiunto un determinato volume d’affari la rincorsa diventa sempre più difficile e il circolo virtuoso investimenti ricavi è più facile da raggiungere quanto più si sta al vertice della piramide dei ricavi stessi.

L’unico effetto indotto sarebbe quello dell’inflazione del talento. Perchè a fronte di un talento disponibile sul mercato in misura invariata si avrebbero più risorse economiche che andrebbero ad alimentare l’aumento dei prezzi in misura superiore a quanto già in atto.

E’, in qualche modo, quello che è successo in Inghilterra, dove la maggiore disponibilità di risorse a livello collettivo non ha fatto crescere la competitività internazionale dei club che – al contrario – sembrano penalizzati, e lo dicono i risultati nelle Coppe, anche dal fatto di pagare sempre il 20-30% in più un giocatore messo sul mercato.

I club inglesi non vincono in Europa semplicemente perchè sono gli unici a dover competere a due livelli (in patria e fuori) sempre e comunque al massimo costo.

I prezzi, intanto, aumentano. Indignano i 220 milioni per Neymar spesi a fronte di un controllo di bilancio dall’UEFA ma non indignava la clausola Ronaldo spesa a fronte di un business model che non poteva prescindere dall’apporto di capitale annuale della proprietà dell’Inter anni ’90 e 2000.

E sia chiaro che non si vuole con questo contestare alcunché, mentre pare giusto analizzarne cause ed effetti.

Ma i prezzi aumentano in maniera meno che proporzionale rispetto a quanto accadrebbe senza il FFP. E Andrea Traverso dell’UEFA può a buona ragione rivendicare che: “Nel 2010 il calcio perdeve 1,7 miliardi, ora siamo sotto i 300 milioni. Il sistema cresce ed è sostenibile finanziariamente”.

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Il fatto che ora l’UEFA parli apertamente di intervenire dandosi la competitività generale come obiettivo non testimonia il fallimento del FFP ma solo la necessità di un equilibrio più avanzato. Di un passo avanti.

Sul tavolo, tuttavia, rimane il tema del mercato del lavoro.

In un sistema internazionale dove si può operare illimitatamente e dove i grandi club possono muovere ogni estate decine di giocatori che non vestiranno mai la loro maglia, la competitività sarà sempre una chimera.

Buona l’idea del salary cap, che pure presenta alcuni limiti, evidenziati dall’economista Umberto Lago che spiega (sempre in un’ottica europea e nazionale, adottata fin qui): “Il Salary cap va studiato. I campionati sono diversi per ingaggi, si rischia di avvantaggiare i più ricchi”.

Ma l’impressione è che siano le rose bloccate, i limiti (d’età e di durata) ai prestiti e la non tesserabilità di giocatori oltre un certo numero, le prime regole da introdurre per un riequilibrio generale.

Oltre ad una complessiva rivisitazione delle regole sulle partecipazioni societarie e sui gruppi.

Insomma, regole sportive, questa volta, prima ancora che finanziarie.

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